Il Lago della Vecchia

Nel nono capitolo del romanzo, "La storia di uno spaccalegna", avviene l'incontro tra i personaggi Alexis e Shivien. L'idea di farli trovare per la prima volta sulle sponde di un lago nacque da un'esigenza di "leggerezza". Il racconto assumeva tinte sempre più nere. Volevo qualcosa che facesse alzare il capo e staccare la spina, almeno per un poco. Ne avevo bisogno io. Qualche giorno di blateramento e parto verso ciò che assomigli alla mia idea di "leggero". La cosa non passa inosservata e qualcuno mi segue. Aggiudicato.

Molti dicono che non è importante la meta, ma il viaggio. Questa volta mi sento di tradire il detto. Comincio dall'arrivo, da Piedicavallo (o Pedcaval per i piemontesi). Mollo la macchina in uno spiazzo che su Google Maps non ha neanche un nome, ma è facile trovarlo. Basta seguire la SP100 fino in fondo, saltando indietro il fiume Cervo a mo' di salmone. È estate. Ho uno zaino dietro la schiena, già ben fornito, gli scarponi, quelli adatti, e l'immancabile fotocamera. Mi confondo subito nella macchia, lasciandomi alle spalle il bar con i suoi turisti appena sbarcati. Filo dritto, lungo il primo sentiero, senza pensare che ve ne sono una decina. Io però volevo raggiungere il "Lago della Vecchia", quello che, come un marker indelebile, segna sulla cartina l'ultimo avamposto del Piemonte nord-occidentale. Oltre, si precipita nella Valle d'Aosta, ed i pendii lassù sono piuttosto ripidi. A proposito, la mappa non è il territorio, ricordatelo. Fatto sta che la leggenda, rispetto a Wikipedia, la so diversa. Certe storie, è proprio vero, cambiano da paesano a paesano. Vengo pertanto a conoscenza della sorte di una vecchia signora che, in un tempo molto lontano, cadde nelle fredde acque del lago suddetto. Fu salvata da un orso ed ella per riconoscenza, o amore, non so, rimase lassù con lui per il resto dei suoi giorni. Figurati! Qualche anno fa, forse. Oggi mi sorprende invece come questa donna fosse riuscita ad arrivare a 1.858 metri di altezza dal livello del mare. Me la immagino secca come un chiodo. Un tipo senza smancerie, con del buon rosolio in credenza. Nel mentre è passato un po' e sono sulle tracce dell'orso. Risalgo la mulattiera cavando tutto il fiato, un masso alla volta. L'aria s'inumidisce. L'odore fa consonanza.

Non ho altro da seguire che il fiume, alla mia sinistra. Conduce lui, sa da dove viene. 

Proprio quando penso di aver abbandonato i rumori della città per un intrattenimento a base di silenzio, lo scorrere del Cervo rimbomba, tanto alla luce quanto al buio, sotto le chiome smeraldo dei faggi. Mi si pianta allora davanti un pastore con dei capelli vagamente giallicci, mimetizzato al meglio. Non faccio in tempo a terminare la domanda che già devo girare i tacchi e tornarmene indietro. Avevo imboccato il sentiero sbagliato, eppure un sospetto l'avevo. In un baleno riguadagno la vallata. L'acqua ormai non la sento nemmeno più, imbavagliata dalla fretta per quel pasticcio.

Dal bar giù al parcheggio ottengo le informazioni necessarie. Il sentiero giusto comincia poco al di sopra della mia testa, segnavia E50. Stuzzico i cartelli segnaletici e riprendo il cammino. Si ricomincia proprio da capo: la mulattiera, il torrente, la faggeta, l'odore di erba bagnata e muschio. Niente cambia, ma niente doveva cambiare. Per essere in regola con le altitudini qualche larice mi suggerisce che la vegetazione invece, presto o tardi, cambierà. Non passa molto ed in effetti qualcosa smonta il quadro. Lungo il pendio si erge un villaggio di casupole con tetti a spacco naturale in falesia. Alcune porticine sono aperte, ma ciò non lascia intendere che ci sia qualcuno all'interno. Vado avanti, il tempo non basta. I più audaci stimano due ore di scalpiccio, io ne pavento quattro. Dall'alto un sole di mezzogiorno m'impartisce la sua benedizione. Chissà per che cosa, ma capita di gettare lo sguardo a casa del diavolo, nei burroni. Sto attento a premere bene il piede sul terreno perché in certi frangenti tocca camminare di sghembo ed i tornanti sembrano non finire mai. Si finge a volte di prendere il largo, nondimeno il sentiero t'inchioda sempre lì, tra le sue buche che sono gradini e viceversa. Fortuna che non fa caldo e sfortuna che la luce non calzi a pennello per le foto.

Consumo il pasto con l'intenzione di risalire quasi subito, seduto sopra quella che deve essere una vecchia frana. Se ne vedono parecchie. Pressappoco sanno tutte di piogge sciroccali. Il brutto tiro dell'alluvione del 1968 riecheggia ancora nella forra. Senza curarsi della mia presenza, qualche vacca contribuisce a tenere in ordine il giardino condominiale. Allungo così lo sguardo, a distanza di sicurezza, e il panorama mi stende col suo grandangolo.

Frattanto dalla direzione opposta scende qualcuno. Mi adocchia con un certo sesto senso e la faccia fresca come una rosa. "Strach?", dice. "Quanto manca?", faccio io. "Pòch", e se ne va. La risposta non particolarmente allettante mi rammenta che le due ore di stima iniziale sono scadute. La vecchia non avrebbe perdonato quel ritardo. Il tutto comincia poi a fare effetto: il sole, l'interminabile salita, lo zaino sulla schiena, il pòch, lo strach. Ci si mette pure la montagna, che declina al Technirama.

Passano altri sessanta minuti, più o meno, e ci sono quasi. Ogni recesso è un nugolo di pietre, guai a giocherellare con loro. Gli alberi scarseggiano. Si respira diversamente, quasi si "oscilla" sul grigiore delle massicciate. Ad animare il viaggio rimane poco. Bisogna che finisca quanto intrapreso e l'ultimo tratto sembra fatto su misura per me. L'incisione del filantropo Federico Rosazza è lì che mi attende. 

La parete racconta un'altra leggenda, quella ufficiale. A me piace meno, ciò nonostante mantiene tutt'oggi il suo fascino. Un valoroso guerriero viene ucciso prima di convolare a nozze. Il luogo dove sarebbe stato celebrato il matrimonio è proprio il nostro lago. La sua amata, una giovane fanciulla della zona, vi rimarrà a vita in compagnia di un orso. Conto quindi sull'orso per un passaggio, ma di lui nemmeno l'ombra. Mi limito a proseguire, mandando giù l'ennesimo sorso di una miscela zuccherata. Sono abbastanza in forma per saltare gli ultimi avvallamenti ed ecco che il lago sbuca da un altopiano rossiccio. Alzo la mano in segno di protesta: è gelato. Ed io che mi volevo fare un tuffo! Non importa, cerco altro, quella "leggerezza" che mi avrebbe spiegato l'incontro tra Alexis e Shivien. Affondo meglio lo sguardo e mi accorgo di alcune "strisciate" sul bacino lacustre. Non so che insetti siano. Impossibile riprenderli col mio ferro. Si muovono pizzicando l'acqua, scivolandoci sopra. Chiudo gli occhi per recuperare le forze. Il primo indizio è stato trovato.

 

Il Lago del Mucrone

Spesso la narrazione non è frutto di un solo episodio. I piani s'intersecano, sovrapponendosi. Quando avviene aspetto un po' prima di prendere una decisione. Stavolta invece non ho aspettato un bel niente. Rimango nei paraggi: quindici chilometri separano i due laghi. Non me lo faccio ripetere due volte. Arrivo al Santuario di Oropa parcheggiando nei pressi dell'impianto di risalita, oltre la Basilica Superiore. Gli altoparlanti gracchiano che la corsa sta partendo. Non c'è un gran assortimento di turisti. L'estate è agli sgoccioli e ciò facilita il lavoro. Le funi farfugliano una sequela di squittii metallici. Attacca una sirena e sono già in cabina. Luce verde. Grosse ruote spingono allora in avanti come forsennate. Decollo senza il minimo rollio.

Il vagone se la squaglia seduta stante. Scendo a picco sulla prima depressione e il cuore balza in gola. Da dove si sono accampate, le nubi non accennano a smuoversi. Avranno i loro motivi. Comunque sia, mi sono indifferenti. Per qualche minuto faccio avanti e indietro con la coda dell'occhio, finché non comincia una nuova parata: il rifugio, i vecchi stabilimenti, la sciovia, quel che resta della stagione invernale, e poi tutto rallenta, rallenta. Ingrano il passo e mi tiro fuori dalla stazione di arrivo. Da un livello poco superiore fa capolino una korblift in disuso. D'estate tira il fiato anche lei. La vetrina di un ristoro lancia il medesimo segnale: "chiuso per ferie". Passo sotto un arco che non ha nulla di trionfale. "Per di qua?", mi chiedono. "No, per di là!", rispondo, indicando l'orizzonte. Stavolta non ci si può sbagliare. Come d'accordo allora, il cielo si sbarazza delle sue fumose inquiline, quanto basta per rischiarare il cammino. 

"Ripa" è un termine letterario. Credo di averlo usato nel romanzo. Qui conviene scrivere di burroni, dirupi e, al massimo, abissi. L'uso dei sinonimi non cambia l'impressione dell'aria montana sfrigolarci dentro, a perdizione. L'orrido ingoia quel che capita. I ruscelli non fanno eccezione. Quassù sono i suoi bocconi preferiti. E scendo e salgo, quando mi avvinghia l'urlo della cascata. Le attrazioni sono lì: la donna barbuta, il mostro di Loch Ness, i lottatori, il tiro a segno, lo zucchero filato e gli ovetti della ruota. Ne prende il posto lo straordinario punch della tundra.

Il sopralluogo finisce al lago, dove invece per molte delle sue creature ogni cosa ha inizio. Le prime che vedo sono delle lumache nere. Più le guardo, più mi piacciono. Lo ammetto, sono appiccicose, ma è il loro biglietto da visita, che c'è di strano? Effettivamente divago. Ci tengo a mantenere il vantaggio della scoperta a seguire. 

Ebbene, strampalate ricompaiono le "strisciate", quelle di cui si diceva in precedenza. Provo ugualmente a capirne l'origine, ma ci si mette pure la nebbia. Salta fuori en plain air, con lo stesso piglio neorealista di un film di Rossellini. Se qualcuno mi avesse ripreso, sarei stato un ottimo esempio di camera espressiva immotivata. Citazioni che non fanno per niente cinema, perciò, da un esordio silenzioso, passo al suono sincronizzato. Chiedo in giro. I visitatori del lago vanno a vedere meglio. Hanno visto e tornano dicendo: "Insetti, male che vada farfalle!". Pesco un'altra domanda: "Farfalle a questa altitudine?". "Eh sì, bòcia. Arrivano a 6000 metri."

In Tibet, magari. Sgrano gli occhi: vada per le effimere. Anzi no, male che vada... sono le nuove reclute del romanzo. 

Il viaggio si conclude. A valle nemmeno una nuvola. Alexis e Shivien? Il loro incontro sta nella leggerezza di quelle effimere. Sfarfallano che è sera, si riproducono e muoiono. Inutile parlarne ancora, per il momento.

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